Articoli marcati con tag ‘Jimi Hendrix’

Manic Depression – Jimi Hendrix (1967)

martedì, 25 ottobre 2011

Manic depression is touching my soul
I know what I want but I just don’t know
How to, go about gettin’ it
Feeling sweet feeling,
Drops from my fingers, fingers
Manic depression is catchin’ my soul

Woman so weary, the sweet cause in vain
You make love, you break love
It’s all the same
When it’s, when it’s over, mama
Music, sweet music
I wish I could caress, caress, caress
Manic depression is a frustrating mess

Well, I think I’ll go turn myself off,
And go on down
All the way down
Really ain’t no use in me hanging around
In your kinda scene

Music, sweet music
I wish I could caress, caress, caress
Manic depression is a frustrating mess

The Wind Cries Mary – Jimi Hendrix

martedì, 18 gennaio 2011

«Somewhere a queen is weeping
Somewhere a king has no wife
And the wind, it cries Mary»

Una delle ballate più belle, dolci e malinconiche di Jimi Hendrix.

La amo da sempre questa canzone.

Ogni uomo ha la sua Mary da qualche parte. E nelle notti solitarie si può udire il vento sussurrarne il nome. E a volte piangerla.

The Wind Cries Mary

After all the jacks are in their boxes
and the clowns have all gone to bed
You can hear happiness staggering on down the street
footsteps dressed in red

And the wind whispers Mary

A broom is drearily sweeping
up the broken pieces of yesterdays life
Somewhere a queen is weeping
Somewhere a king has no wife

And the wind, it cries Mary

The traffic lights they turn blue tomorrow
and shine their emptiness down on my bed
The tiny island sags down stream
’cause the life that lived is, is dead

And the wind screams Mary

Will the wind ever remember
the names it has blown in the past?
And with this crutch, its old age, and its wisdom
it whispers “no, this will be the last

And the wind cries Mary

(trad. it) Il vento piange Mary

Dopo che tutti i pupazzi sono nelle loro scatole
E i clown sono tutti andati a letto
Puoi sentire la felicità che vacilla giù in strada
Impronte vestite in rosso

E il vento sussurra Mary

Una scopa spazza tristemente
I pezzi rotti della vita di ieri
Da qualche parte una regina sta piangendo
Da qualche parte un re non ha moglie

E il vento piange Mary

I semafori si accendono di tristezza domani
E brilla il loro vuoto sul mio letto
La minuscola isola cede sotto la corrente
Perchè la vita che c’era li è morta

E il vento grida Mary

Riuscirà il vento a ricordare
I nomi che ha soffiato nel passato?
E col suo bastone, la sua vecchiaia e la sua saggezza
Sussurra “No, questo sarà l’ultimo”

E il vento piange Mary

Jimi Hendrix – Valleys of Neptune

venerdì, 2 aprile 2010

«I have plans that are unbelievable,
but then wanting to be a guitar player
seemed unbelievable at one time.»

(Jimi Hendrix)

Il 5 marzo è uscito l’album “Valleys of Neptune” che raccoglie 12 brani inediti di Jimi Hendrix, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock. Il più grande in assoluto, secondo il mio parere.

Valley Of Neptune illustra la straordinaria evoluzione creativa di Jimi Hendrix durante il 1969, l’anno più tumultuoso della sua celebre vita e carriera.

Questi 12 brani, mai pubblicati fino ad ora, includono le registrazioni finali effettuate in studio dall’originale trio “Jimi Hendrix Experience“, e testimoniano l’obiettivo perseguito da Hendrix di creare un seguito all’album Electric Ladyland, così come come i primi tentativi di Hendrix di intraprendere un nuovo corso musicale con Mitch Mitchell alla batteria e il bassista Billy Cox al posto di Noel Redding.  Da lì a poco infatti, verso la fine del 1969, Jimi Hendrix formerà la Band of Gypsys, costituita da soli musicisti neri: Jimi Hendrix (chitarra), Billy Cox (basso) e Buddy Miles (batteria).

Sono due settimane che non faccio altro che ascoltare questo straordinario album e la sensazione è come di trovarsi di fronte per la prima volta ad un nuovo album di Jimi Hendrix, come poteva essere a fine anni Sessanta. L’energia, la bellezza, la potenza visionaria che emanano da questo album mi hanno letteralmente rapito.

Preciso subito quali sono i miei brani preferiti, anche se è difficile:

Valleys Of Neptune

Si tratta del brano che dà il titolo all’album. Una stupenda dimostrazione di “rock psichedelico” alla Jimi Hendrix. Brano di grande complessità e ricchezza armonica e allo stesso tempo di una struggente bellezza melodica e di un ritmo irresistibile. Un capolavoro.

“Valleys Of Neptune” cominciò a prendere forma durante le sessioni del febbraio 1969 all’Olympic Studios. Jimi effettuò diverse registrazioni ed era desideroso di sviluppare questo eccezionale brano al suo pieno potenziale.
Hendrix continuò a raffinare ulteriormente la canzone lungo l’estate del 1969, registrando anche una sessione con solo Mitchell e il percussionista Juma Sultan.
Fu in un’animata sessione di registrazione del 15 Maggio 1970 alla Record Plant che prese forma la versione attuale. La take 5 di questa sessione combina la parte vocale di Jimi e le percussioni di Juma Sultan del 23 Settembre 1969.
Il lavoro su Valley of Neptune continuò negli studi della “Electric Lady Studios” di Jimi nel giugno 1970, ma un master finale non fu mai raggiunto prima della sua morte, avvenuta tre mesi più tardi.

Stone Free

Una nuova straordinaria versione del grande classico. Pubblicata nel mercato internazionale come lato B di Hey Joe nel dicembre 1966, la canzone non era mai stata pubblicata negli US, perchè la casa discografica non lo aveva incluso nella versione originale dell’album “Are you expereinced” nell’Agosto 1967.

Hear My Train A Comin’

Registrata in un singolo take il 7 aprile 1969, impreziosita dalla voce evocativa di Jimi e dal suo lavoro stimolante alla chitarra, questa versione riesce effettivamente a trasmettere l’energia incandescente che veniva fuori dai concerti del gruppo.
A dispetto della sua ovvia promessa, Hear My A Train Comin’ rimase tra i brani registrati in studio e mai pubblicati da Hendrix al tempo della sua morte nel settembre 1970.
Purtroppo questa registrazione fu più tardi montata e sovraincisa nel 1975 da musicisti che Hendrix non aveva mai incontrato e fu inclusa nel controverso album postumo “Midnight Lightning”. Adesso la registrazione originale del gruppo è stata restaurata e fa il suo debutto qui come parte dell’album.

Sunshine Of Your Love

Il grande classico dei Cream. I membri del gruppo di Hendrix ammiravano i Cream, e Sunshine Of Your Love era uno dei loro brani preferiti.
Per questa registrazione il gruppo di Hendrix utilizzò un arrangiamento esclusivamente strumentale come per le performance live del brano.
Adrenalina pura!

Red House

Una straordinaria reinterpretazione del grande classico blues di Hendrix pubblicato nel primo album “Are you Experienced?” Da brividi! Lenta, sensuale, ammiccante: l’essenza stessa del blues.

Crying Blue Rain

Un altro grande blues dalle sonorità quasi funky, impreziosito stavolta anche dalle percussioni.

11 delle 12 canzoni di “Valleys Of Neptune” furono registrate subito dopo la pubblicazione del celebre doppio album Electric Ladyland, le cui lunghe sessioni di registrazione, troppo estese per gli standard dell’epoca, allontanarono lo storico produttore (ed ex-bassista degli AnimalsChas Chandler dal progetto e incrinarono irrimediabilmente il rapporto tra Hendrix e il bassista Noel Redding.

Il tour europeo del Gennaio 1969 rivelò infatti la crescente disarmonia all’interno del gruppo, specialmente tra Hendrix e Redding, il cui rapporto si era ulteriormente deteriorato nei mesi precedenti.

Fu in questo contesto che Jimi Hendrix registrò nel corso del 1969, in diverse sessioni di registrazione, i brani raccolti per la prima volta in quest’album.

Per Hendrix lo studio di registrazione aveva assunto ormai un ruolo principale nello sviluppo di nuovo materiale e nella sua visione progettuale.
All’interno di questo ambiente creativo – sfuggendo alle incessanti richieste delle esibizioni dal vivo nei concerti – Jimi intendeva esplorare e sperimentare nuovi pattern ritmici da inserire poi all’interno della struttura formale di nuove canzoni.

Questo cambio fondamentale nella strategia confondeva Redding. Il bassista non condivideva la filosofia di Hendrix e considerava eccessive le molte registrazioni di versioni alternative (takes) che il chitarrista richiedeva durante le sessioni.

Fu per questo che nel Giugno 1969 Jimi Hendrix contattò il bassista Billy Cox, sperando che il suo vecchio amico potesse essergli di aiuto in questo periodo difficile della sua carriera.

Nello stesso perido Hendrix continuava a perseguire una serie di intriganti alleanze creative, sperimentando con gli ottoni, sitar elettrico, tastiere e percussioni.

Le prime sessioni di Jimi con Cox e Mitch Mitchell furono armoniose e produttive, una benvenuta trasformazione dalla tensione che aveva pervaso il lavoro in studio del gruppo nell’anno precedente.

Tracklist (ogni brano richiama il relativo video su youtube con la traccia musicale)

 1. Stone Free
 2. Valleys Of Neptune
 3. Bleeding Heart
 4. Hear My Train A Comin’
 5. Mr. Bad Luck
 6. Sunshine Of Your Love
 7. Lover Man
 8. Ships Passing Through The Night
 9. Fire
10. Red House
11. Lullaby For The Summer
12. Crying Blue Rain

Una curiosità. Il video e anche il progetto grafico dell’album prendono spunto da un acquerello originale di Jimi Hendrix ancora adolescente.

Hush now – Jimi Hendrix

martedì, 1 settembre 2009

Devo ringraziare l’amico Paolo per avermi fatto scoprire un paio di sere fa questo inedito brano di Jimi Hendrix, Hush now.

Hush Now è un vero gioiello di improvvisazione con la chitarra al pedale wah-wah. Una melodia ipnotica e avvolgente costruita su una semplicissima linea di basso dall’intenso sapore funky.

Il video è costituito da sequenze inedite di Jimi Hendrix che si alternano ad altre sequenze celebri. Stupenda al minuto 2:47 la breve sequenza di Jimi Hendrix in auto con due “foxy ladies” mentre fumano marijuana .

Saranno una decina di giorni che la sera cerco invano di scrivere un post per il blog, ma ogni volta alla fine desisto.

Divento sempre più esigente con me stesso e mi chiedo se ne valga la pena, se quel post avrà ancora senso fra un mese o un anno.

Viviamo sommersi dal rumore di chiacchiere vuote, assordati dal brusio di parole inconsistenti che si bruciano nell’arco di poche ore, annichiliti dalle cazzate prive di senso del proprio vuoto quotidiano che ogni utente di Facebook si sente in dovere di imporre agli altri amici di questa malsana catena di Sant’Antonio dei social network, la nuova piaga del decennio.

Non voglio aggiungere ulteriore rumore al caos. Voglio solo isolare quelle poche cose che hanno senso nella vita. E la musica è una di queste.

La sera arrivo a casa stanco morto dal lavoro. Le uniche cose che faccio da tre mesi a questa parte, a parte lavorare, sono andare in piscina e suonare la chitarra.

Suonare la chitarra mi rilassa, mi affascina, mi diverte. Mi si è spalancato un universo meraviglioso fatto non di parole, ma di suoni e dei silenzi che vivono fra un suono a l’altro.

Così l’unica cosa che mi viene da dire è: “Silenzio adesso!” – questo è il senso dell’espressione ”Hush now” – e ascoltiamo un po’ di musica!

Buon ascolto.

Jimi Hendrix..1983 (A Merman I Should Turn To Be)

giovedì, 30 luglio 2009

E finalmente domani sera parto per le ferie: nove giorni in Sicilia.

Sono stracotto. Otto mesi di lavoro intenso. E al ritorno sarà peggio, tutta in salita fino a dicembre.

Approfitterò di ogni momento per rilassarmi e ricaricarmi.

Vi saluto con questa stupenda versione di  1983… (A Merman I Should Turn to Be) di Jimi Hendrix, a mio parere una delle più belle canzoni mai incise dal chitarrista, una stupenda e onirica ballata psichedelica.

Questa non è la versione ufficiale pubblicata nell’album  Electric Ladyland, ma una versione registrata privatamente da Jimi Hendrix, una sorta di studio o provino prima di incidere. Bellissima.

Ci si rivede fra dieci giorni.

Jimi Hendrix – Hey Joe (Live at Monterey)

mercoledì, 30 luglio 2008

 

L’esibizione di Jimi Hendrix al Festival di Monterey del 18 giugno 1967 viene ricordata come una delle migliori performance live del grande chitarrista, e una delle migliori in assoluto nella storia del rock.

Fu al termine di quella storica esibizione, dopo avere suonato Wild Thing, che Jimi Hendrix, per sottolineare la sua spasmodica necessità di estrarre sonorità sempre nuove ed inedite, diede fuoco alla sua chitarra con del liquido per accendini distruggendola contro il palco e gli amplificatori in un susseguirsi di feedbacks e distorsioni sonore allucinanti.

Il brano riportato in apertura è però la bellissima Hey Joe, durante la cui esecuzione Jimi Hendrix dà il meglio di sè sia dal punto di vista puramente tecnico e strumentale (memorabile l’assolo suonato con i denti e un altro assolo con la chitarra dietro la nuca), che dal punto di vista espressivo ed emotivo.

Un’interpretazione memorabile da cui emerge in modo evidente anche il magnetismo, la grande carica erotica e seduttiva che emanava Jimi Hendrix.

Un capolavoro che mi mette i brividi ogni volta che lo ascolto.

E pensare che sono passati 41 anni da allora.

Band of Gypsys

lunedì, 19 maggio 2008


Jimi Hendrix: A Band of Gypsys“Who Knows” (Fillmore East, New York, January 1, 1970)

Rom (in Lingua romanírrom“), in italiano zingari e gitani, in inglese gipsy, in spagnolo e in catalano gitanos, in portoghese cigano, in tedesco zigeoner.

Tanti nomi per cercare di definire e catalogare quello che per sua natura è indefinibile e sfuggente, quello di cui non si riesce a fissare la fisionomia.

Il nomade, l’errante è colui che non si lascia fissare dai mille controlli della modernità, colui che rifugge da una fissa dimora. Il nomade è l’alieno, il diverso, l’ombra rimossa del nostro inconscio sul quale proiettiamo tutte le nostre paure, frustrazioni, angosce.

Il nomade è il capro espiatorio perfetto.

Pochi sanno o ricordano che durante la seconda guerra mondiale vennero uccisi oltre 500.000 zingari, vittime del nazionalsocialismo.

La storia della deportazione e dello sterminio degli zingari è una storia dimenticata: ancora oggi la documentazione è frammentaria e lacunosa. Eppure la persecuzione degli zingari in epoca nazista è l’unica, oltre a quella ebraica, dettata da motivazioni esclusivamente razziali: proprio come gli ebrei, infatti, gli zingari furono perseguitati e uccisi in quanto « razza inferiore».

I recenti fatti accaduti nel Napoletano, scatenati dalla vicenda di una nomade sedicenne accusata di aver tentato di rapire una bimba di sei mesi in un’abitazione del quartiere di Ponticelli, mi hanno parecchio colpito.

I roghi contro i campi nomadi, l’assedio della popolazione locale, l’assalto con le bottiglie molotov, la rabbia delle gente, la caccia allo zingaro che ne è derivata, mi hanno fatto tornare alla memoria immagini ed avvenimenti terribili che non ho vissuto in prima persona, ma che conosco attraverso i libri di storia.

L’Italia sta vivendo un momento difficile. Nubi cupe e minacciose si addensano all’orizzonte; e quando le cose vanno male la gente ha paura, diventa cattiva, disperata, pronta a tutto.

La cosiddetta civilizzazione, il progresso, il benessere, l’apparente tolleranza delle democrazie occidentali sono in realtà delle illusioni molto fragili, delle chimere. Rischiamo ogni giorno di precipitare nella barbarie, ma non ce ne rendiamo conto, o non vogliamo ammetterlo.

Quando questo equilibrio fragile come cristallo si rompe si svela il nostro lato primitivo, molto più animalesco di quanto siamo portati ad ammettere.

Il razzismo è insito nella natura umana, senza distinzione di razze (è proprio il caso di dirlo).

Basta solo vedere quello che di terribile sta accadendo in questi giorni in Sudafrica, dove i neri sono autori di violenze efferate su altri neri. Disperati che danno la caccia ad altri più disperati di loro, immigrati che arrivano dallo Zimbabwe, da Malawi, Mozambico e Somalia, gridando “cacciamo gli stranieri”.

Soltanto ieri 12 persone sono state uccise, bruciate vive o bastonate fino alla morte, le donne sono state stuprate.

L’unico argine a questo cuore di tenebra, a questo minaccioso abisso di barbarica violenza sempre in agguato, a questa follia sempre pronta a prendere il sopravvento, è l’uso della ragione e il ruolo fondamentale delle isitituzioni che devono garantire il riconoscimento dei diritti uguali e inalienabili di tutti gli esseri umani, il diritto ad un’esistenza dignitosa, il diritto alla libertà religiosa all’interno dei limiti definiti dalla legge e nel rispetto dei diritti e della libertà di tutti.

La differenza fra le democrazie occidentali e i governi delle altre nazioni sta tutta qui: rispetto della diversità, tolleranza, laicismo, libertà e garanzia dello stato di diritto e della sicurezza dei suoi cittadini.

Se questi elementi iniziano a venir meno, se la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni arriva a livelli minimi, se le istituzioni stesse e le forze politiche cavalcano la rabbia popolare e fomentano l’odio razziale e di classe, la lotta dei poveri contro i poveri, allora è la fine.

Il blues: Red House – Jimi Hendrix

sabato, 3 maggio 2008

Cos’è il blues? Come spiegare l’essenza di questa musica a chi non è mai stato ammaliato dalla sua magia?

Credo che il modo migliore sia ascoltarne un brano esemplare, come questo Red House di Jimi Hendrix, eseguito dal vivo il 4 luglio del 1970 al Pop Fest di Atlanta, due mesi prima della sua morte: un’esecuzione da brivido.

Quello che maggiormente caratterizza il blues è la sua connotazione malinconica e nostalgica, la visione disincantata, amara, pessimistica della vita che trova la sua diretta espressione musicale nel senso di indefinitezza tonale, di ambiguità, di slittamento dato dall’uso di scale pentatoniche e dall’uso delle cosiddette blue notes.

Per apprezzare ed amare il blues, bisogna “avere i blues“, una condizione malinconica, che si può affiancare al portoghese saudade. In inglese being blue significa “essere triste”.

I testi parlano quasi sempre di tradimenti, amori passionali e maledetti, peccato e perdizione, solitudine e vagabondaggi. L’autore trova conforto nella musica e nell’alcol, consumato spesso in squallidi locali di infima categoria.

Negli anni trenta nacque la leggenda del blues come musica maledetta, musica del demonio, trovando la sua figura carismatica e leggendaria in Robert Johnson, morto in circostanze violente a soli ventisette anni nel 1938, dopo che in pochissimi anni aveva creato la grammatica e la semantica del blues-rock, ispirando decine di musicisti degli anni a venire.

Ma al di là di ogni spiegazione, il blues è qualcosa che si deve avere nell’anima, una categoria dello spirito, una predisposizione d’animo.

My Little One – Jimi Hendrix & Brian Jones

venerdì, 18 aprile 2008

È da una paio di settimane che ho ripreso ad ascoltare Jimi Hendrix e i primi Rolling Stones, quelli del periodo iniziale, fino al 1968, quando c’era ancora Brian Jones, il geniale quanto sregolato e sfortunato fondatore del gruppo.

Brian Jones fu uno dei primi, con la sua tragica e misteriosa morte, a entrare a far parte del cosiddetto Club of 27, una sorta di club maledetto a cui ci si riferisce per indicare i musicisti morti all’età di 27 anni. Tra di essi i più famosi ed importanti: Brian Jones (Rolling Stones), Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison (The Doors), Kurt Cobain (Nirvana).

Mi capita spesso di tornare ad ascoltare la musica di quel periodo, quando ho bisogno di ricaricarmi di energia, di bloccare temporaneamente la parte logica e razionale di me e fare affluire liberamente la parte oscura, in ombra, vitale, selvatica.

Stasera ho scoperto casualmente una chicca, una rarità, una perla di straordinaria bellezza.

Un brano, di nome My Little One, registrato nell’ottobre 1968, da Jimi Hendrix insieme a Brian Jones, che era appena stato cacciato dai Rolling Stones, e che di lì a qualche mese sarebbe stato ritrovato morto nella piscina della sua villa in circostanze mai del tutto chiarite. I due, si frequentavano, e Brian Jones aveva già presentato il gruppo di Hendrix al celebre Festival di Monterey (1968), ma non avevo mai ascoltato niente che i due avessero suonato assieme, anzi ne ignoravo l’esistenza.

Brian Jones e Jimi Hendrix al festival di Monterey (1968)

Scoprire un brano di così straordinaria potenza e visionarietà, di così astratta e al contempo viscerale bellezza mi ha sconvolto, pensando a cosa i due avrebbero potuto fare assieme se la loro dissennata condotta di vita non li avesse portato in così breve tempo all’autodistruzione.

L’impasto timbrico fra il sitar di Brian Jones e la chitarra di Jimi Hendrix è straordinario e la sezione ritmica (il basso di Dave Mason e la batteria di Mitch Mitchell) è semplicemente superba. Una creatura a quattro teste che si muove in perfetta sincronia.

Ecco la formazione del brano:

Brian Jones – Sitar and percussions
Jimi Hendrix – Guitar
Dave Mason – Bass and sitar
Mitch Mitchell – Drums

Ad ascoltarla adesso, a distanza di quarant’anni, quella musica mantiene ancora intatta tutta la sua straordinaria carica visionaria, il suo potenziale fortemente dirompente e rivoluzionario, la sua grande forza selvaggia e ritmica, quasi primordiale, e non ci si stupisce mai abbastanza di scoprire quanto avanti si erano spinti con la sperimentazione alcuni alfieri del periodo.

Se penso che a cavallo fra il 1967 e il 1968 sono usciti, solo per citare i primi che mi vengono in mente, album come Are You Experienced? e Electric Ladyland di Jimi Hendrix, The Doors dei DoorsThe Piper at the Gates of Dawn e A Saucerful of Secrets dei Pink Floyd, Aftermath e Beggars Banquet dei Rolling Stones, mi vengono i brividi a fare il confronto con il vuoto degli anni attuali.