Una, nessuna e centomila Sicilie

 Perché vi sia ritrovamento di sé è necessario lo sradicamento, lo strappo, la rottura dell’Uno.
Massimo Recalcati, “Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna”

 

Diario fotografico di un breve viaggio di tre giorni in Sicilia e di un viaggio nella coscienza durato vent’anni.

La sfida forse più ardua e inevitabile con cui si confronta un siciliano che è andato via dalla propria terra è quella della continua ridefinizione della propria identità, che trae origine dall’incessante riflessione sul rapporto tormentato e contraddittorio che lo lega alla sua isola, e che lo conduce, nel corso degli anni, ad attraversare fasi diverse in cui cerca di conciliare, con esiti spesso contrastanti, l’immagine interiore e idealizzata della Sicilia che si era come cristallizzata al momento del distacco, fino ad assumere la dimensione del mito, con la realtà ben più opaca, contingente e mutevole, irriducibile a ogni tentativo di schematizzazione, con cui viene a contatto a ogni successivo ritorno nella propria terra d’origine.

È un processo lungo e difficoltoso che comporta un progressivo straniamento e allontanamento da tutto ciò che ha forgiato il nucleo più profondo della propria identità, un viaggio caratterizzato da repentini cambiamenti di direzione e illusorie sensazioni di essere arrivati alla meta, al termine del quale, se non ci si è smarriti durante il peregrinare nomade e randagio, si approda a un ritrovamento di sé, a una nuova consapevolezza e a una completa ridefinizione del proprio rapporto con il mondo.

Ognuno affronta questo viaggio in modo personale, con un proprio percorso e con esiti completamente diversi. C’è chi non riesce mai a liberarsi del tutto della sua immagine di Sicilia idealizzata e continua a sognare per decenni, per tutta una vita, di ritornare a casa, salvo poi scoprire che il mondo è andato avanti senza di lui.

I siciliani, specie quelli più atipici, non amano che si parli di loro e della loro isola attraverso la rappresentazione di luoghi comuni e stereotipi, immagini da cartolina e rappresentazioni oleografiche che attingono all’immaginario collettivo letterario, fotografico, cinematografico e pubblicitario, e alla cui diffusione, a onore del vero, contribuiscono essi stessi in prima persona.

Quante Sicilie esistono?

Quella ricca di inestimabili tesori d’arte e testimonianze del passato: la Sicilia dei templi e dei teatri greci, della Kalsa araba, delle cattedrali e dei castelli normanni, delle torri aragonesi, dell’impianto urbanistico spagnolo, delle chiese barocche, dei palazzi liberty?

Quella feroce e crudele dei delitti e delle stragi di mafia e della sterminata cinematografia che ne ha codificato i canoni e i cliché nell’immaginario collettivo?

Quella colta e raffinata, intrisa di suggestioni letterarie pirandelliane e verghiane? Quella orgogliosa e immobile, fatalmente rassegnata, pessimista e consapevole della propria irrimediabile decadenza e malattia dell’anima de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa?

Quella superficiale e ambigua che usa la categoria letteraria della “sicilitudine” come mito e alibi rassicurante per coprire le proprie responsabilità civili e storiche e giustificare l’immobilità, la stagnazione, la rassegnazione e l’inerzia?

Quella illuminista e razionale, impietosamente critica dei mali della Sicilia e dell’Italia, civilmente impegnata, lucida e acuta, dei romanzi e pamphlet di Leonardo Sciascia?

Quella erotica e sensuale dei vanagloriosi seduttori tratteggiati nei romanzi di Vitaliano Brancati che si barcamenano, ora ironici e allegri, ora tragici e ossessivi, tra camere da letto, boudoir e mariti gelosi, tra una discussione al bar tra amici e una al circolo di conversazione, avendo come tema sempre e unicamente le fantasie sulla “femmina” immaginata e sognata, attratti inesorabilmente e fatalmente – come api dal miele – da sontuose e carnali donne fatali, capaci di smuovere e portare alla follia gli uomini di un intero paese con il loro ancheggiare morbido e provocante o uno sguardo ammiccante e furtivo protratto per qualche istante di troppo all’uscita dalla chiesa del paese, fasciate di abiti scuri e strette gonne nere che ne esaltano la morbidezza delle forme ed evocano piaceri proibiti nella calura insopportabile di un immobile pomeriggio estivo siciliano, nell’ora dei “malafrùsculi“, che secondo un’antica credenza della Sicilia sud orientale erano i diavoli che spingevano alla lussuria e al peccato nelle calde ore pomeridiane?

O forse la Sicilia inedita, moderna e rampante, imprenditoriale e innovativa, urbana e metropolitana, fatta di donne manager e imprenditrici di cui parla Gaetano Savatteri nel suo ultimo libro Non c’è più la Sicilia di una volta?

O ancora la Sicilia fantastica, mitica e fuori dal tempo, o più propriamente immersa in un presente eterno e assoluto, de La sirena (noto anche come Lighea), forse il più sorprendente racconto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, con l’ambigua e insolita storia d’amore fra il giovanissimo futuro professore universitario di greco e una sirena emersa dalle acque del mare, Lighea appunto, creatura spirituale e istintiva, seduttrice e donna saggia, la cui sensualità muove dalla sua ferinità mitologica? Nel racconto, “il professore racconta di sé stesso giovane, che in una estate siciliana infernalmente torrida, mentre prepara un tremendo concorso per la cattedra universitaria di Letteratura greca, stravolto dalla fatica, quasi sull’orlo della pazzia, trova finalmente pace in una casetta solitaria, in riva al mare, dove raggiunge uno stato di incantazione che lo predispone al prodigio. La grande calura della piena estate evoca i demoni meridiani, così come la mezzanotte è l’ora ideale per i fantasmi. Mentre il giovane declama i versi degli antichi poeti e i nomi di quegli Dei dimenticati sfiorano di nuovo la superficie del mare, il prodigio si compie e appare una sirena“. (da: Lighea ambigua, spirituale e carnale)

Mi voltai e la vidi […] il volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare. […] Sono Lighea, sono figlia di Calliope. […] Mi piaci, prendimi.

O forse è la Sicilia ariosa, solare e barocca dell’estremo lembo meridionale della Sicilia sud orientale, fortunato set del Montalbano televisivo, dotata di una bellezza insolita e diversa, la Sicilia della grande luce, radiosa e a misura d’uomo, con i suoi paesini bianchi e ocra, le chiese barocche, i palazzi storici, i suoi spazi aperti, il suo verde, le spiagge ampie e sabbiose che fronteggiano il blu del mare africano, così lontana dagli stereotipi e dagli estremi, dagli eccessi e da una certa ombrosità della Sicilia occidentale “sicana”?

«La Sicilia è così, è un posto iper presente nella rappresentazione che l’Italia dà a se stessa e agli altri del proprio territorio.»  – scrive Mario Fillioley ne La Sicilia non esiste, io lo so perché ci sono nato.

«Molta letteratura, alta e bassa, molti film di consumo, molti commissari di polizia, molti comici di grande successo che ti spiegano l’isola, e poi cronache di tutti i tipi, cronaca nera, cronaca politica, della Sicilia si parla tanto, in continuazione, i forestali, gli sprechi […] lo sappiamo, siamo consapevoli che si tratta di finzione letteraria, cinematografica, poetica, folcloristica, però per uscire dalla finzione ci serve uno sforzo che non facciamo quasi mai, l’isola è controintuitiva e noi preferiamo intuire, misurare è noioso, a intuire ci si sente più intelligenti.»

Sono questi i temi, le domande, i dubbi con cui si confronta un siciliano dal momento in cui decide di andare via dalla sua terra.

Nel libro-intervista La testa ci fa dire. Dialogo con Andrea Camilleri, a un certo punto Camilleri dice:

«Io penso che uno si accorge di essere siciliano o comunque siciliano in un certo modo quando esce dalla Sicilia. Mi ricordo una definizione […] che diceva che i siciliani si dividono in due grandi categorie: di scoglio e di mare aperto.

Di scoglio sono quelli che se si allontanano dalla Sicilia, il secondo giorno cominciano ad avere delle crisi di astinenza, gli mancano tutta una serie di cose […] e il terzo giorno devono assolutamente tornare.

Di mare aperto sono quelli che fanno della loro sicilitudine una specie di patrimonio personale e lo utilizzano per vivere una vita diversa. In Sicilia ci tornano perché sta loro nel cuore, ma comunque scelgono di proiettarsi su un altro orizzonte».

Ecco, pur essendo schematica come ogni definizione e tentativo di categorizzazione dell’animo umano, io sento di appartenere alla categoria dei siciliani di mare aperto.

Il mare aperto mi ha sempre attirato e affascinato con il suo blu inebriante e stordente, la sua apertura infinita, la sua promessa di libertà, il suo invito al viaggio e all’ignoto.

Sono passati più di vent’anni da quando ho lasciato la Sicilia. Vi ritorno ormai una volta l’anno, per una settimana o poco più. Sono andato via che ero ancora giovane, poco dopo la laurea. Fuori dalla Sicilia ho trascorso la seconda parte della mia vita. Ho trovato lavoro, sono diventato padre, sono diventato quello che sono, con il mio carico di esperienze.

A volte mi sorprendo a ripensare a quanto oggi io sia diverso da quel ragazzo, pieno di sogni e illusioni, che aveva lasciato la terra dov’era nato e cresciuto con la certezza, più che la speranza, di farvi ritorno.

Ma la vita segue vie tortuose e approda a esiti imprevedibili. E la nostra stessa identità cambia e viene plasmata dagli eventi e dalle circostanze, si impregna dell’aria e della luce dei luoghi in cui viviamo e lentamente, molto lentamente, muta anche la nostra stessa concezione di casa, di ambiente familiare e ci trasformiamo irrimediabilmente in qualcos’altro.

Il distacco dalla terra in cui sei nato, dalla famiglia, dagli amici, dalla cultura e dal modo di essere che hai respirato sin da piccolo, è un trauma all’inizio. Un trauma che dura diversi anni, durante i quali ti illudi e vagheggi improbabili ritorni a casa.

Poi, dopo un intervallo di tempo sufficientemente lungo che varia da persona a persona, avverti che qualcosa è cambiato dentro di te. E che ogni atteso ritorno nella terra natia ti ha lasciato negli anni un senso di straniamento e di vuoto sempre maggiore.

Cominci a vedere la realtà con occhi diversi, in modo ambivalente e contraddittorio: sei contemporaneamente una persona del posto e uno straniero, ma non sei pienamente nessuna delle due cose. Percepisci e riconosci ogni sfumatura della tua terra, ogni odore, ogni dettaglio familiare ma dentro di te risuonano ormai con un’eco diversa e insolita. Inizi a non avvertire più con la familiare intensità di una volta quel pathos, quella malinconia e nostalgia che ti invadevano nei brevi ritorni in Sicilia, soprattutto nel momento della partenza.

Lentamente inizi ad assaporare e apprezzare questa inedita e simultanea sensazione di distacco e partecipazione, di lontananza e familiarità. E proprio quando hai ormai abbandonato ogni velleità di ritornare in Sicilia e senti che la tua casa e la tua vita sono altrove, allora sperimenti un’inebriante e pacificante sensazione di unione con la natura e la realtà, ti pervade una serena e apollinea sensazione di pienezza di vita, di riscoperta della realtà, ti senti animato da una grande calma e da un profondo senso di gratitudine. La Sicilia, quella che era la tua terra e lo è ancora, ma in un modo completamente diverso, sereno e maturo, distaccato e interiorizzato, ti appare finalmente per quella che è: una terra bellissima e unica, ma sconosciuta, tutta da riconquistare. E ritrovi una purezza dello sguardo e una freschezza di sensazioni che ti stordiscono. Ti ricongiungi finalmente al mito, lo ritrovi in un’oggettivizzazione assoluta che trascende gli stereotipi e i luoghi comuni, le suggestioni letterarie e filosofiche. E ti abbandoni soddisfatto, felice della stessa felicità del bambino che scopre il mondo, a questa nuova forma di conoscenza e di contatto con la realtà.

Le fotografie che seguono sono state scattate nella terza settimana di maggio, durante un breve viaggio in Sicilia nei luoghi dove sono nato e cresciuto. Con mio grande stupore ho sperimentato per la prima volta in maniera compiuta e serena quella sensazione pacificante e inebriante di familiarità/alterità che ho cercato di descrivere in questo articolo. Alcune fotografie potranno sembrare tipiche o caratteristiche, più o meno rappresentative di una certa immagine della Sicilia, altre lo saranno di meno.

Tutte vere le interpretazioni e le rappresentazioni, come tutti veri i sensi della Sicilia.

Io, la mia Sicilia, alla fine l’ho ritrovata.

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Sono un Project Manager con quasi 20 anni di esperienza nel settore web. Dal 2007 lavoro a Lugano, in Svizzera. Mi sono laureato in Lettere Moderne all'Università di Padova nel 1995, con una tesi in Storia e Critica del Cinema sul film 'Full Metal Jacket' di Stanley Kubrick. Sono un appassionato di musica jazz, blues e rock. Mi interesso di fotografia, cinema, psicologia e filosofia.

2 Comments

  • Reply July 2, 2017

    ermeneuta

    Grazie, Siu, i tuoi commenti sono davvero sempre ricchi e pregevoli e sono un vero piacere da leggere. Sono commenti come il tuo che mi riempiono il cuore di gratitudine e mi spingono a scrivere, per quei miei pochi affezionati lettori. 🙂

  • Reply July 2, 2017

    siu

    Natura… cultura… riferimenti letterari… niente di più diverso dalla Sicilia, verrebbe da dire, che Trieste; ovvero la città natale da cui anch’io mi sono allontanata, verso un terzo vertice ad entrambe opposto (Torino e poi Aosta), per infine tornarci, come si sta dimostrando, definitivamente, dopo 20 anni (e da ormai 25…). E il tuo “Cominci a vedere la realtà con occhi diversi, in modo ambivalente e contraddittorio: sei contemporaneamente una persona del posto e uno straniero, ma non sei pienamente nessuna delle due cose. Percepisci e riconosci ogni sfumatura della tua terra, ogni odore, ogni dettaglio familiare ma dentro di te risuonano ormai con un’eco diversa e insolita” lo potrei sottoscrivere fino all’ultima virgola. Anche se personalmente credo di aver evitato di pormi domande o addentrarmi troppo in considerazioni e riflessioni, forse per le modalità nonché l’età ancora relativamente giovane del mio ritorno, o più probabilmente per la scarsa voglia di confrontarmi con la realtà di un luogo, pur a suo modo mitico, che verificavo essersi tutt’altro che affrancato da una serie di limiti con i quali mi risultava ancora più pesante di prima avere a che fare. Anche se poi mi ci sono in qualche modo riconciliata, credo, in modo graduale e quasi inconsapevole, comunque abbastanza indolore; un po’ -di nuovo- per i miei anni, approdati nel frattempo alla vecchiaia, e un po’ anche per cambiamenti e aperture nella città che nonostante tutto ci sono stati.
    Ma per tornare al tuo testo devo dire che l’ho trovato davvero pregevole, per molti e significativi aspetti. E le foto non smettono di attirarmi, avvolgendomi nel piacere della loro totale e perfetta fusione estetico-contenutistica; in quella purezza assoluta, magistrale, peraltro subito colta come tutt’altro che fredda o distaccata, poichè in ognuna delle immagini l’uomo e l’umanità aleggiano, percepibili in mille particolari dai quali non mi stanco di farmi catturare, scoprendone anzi ogni volta di nuovi, dai più evidenti a quelli apparentemente invisibili, ma che nondimeno si avvertono impregnare la scena.
    I tuoi testi e le tue foto, questi come i precedenti, meriterebbero secondo me una -prestigiosa!- pubblicazione.
    E per finire tornando sull’asse Sicilia-Trieste, è curioso che da circa un anno i miei vicini (ma proprio attaccati) di pianerottolo siano una giovane coppia di siciliani, e credo benaugurante che stia per nascere loro un bambino, se tutto va secondo previsioni proprio la settimana che viene…

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